Euro sì o Euro no?

In questo clima di elezioni, c’è un gran “battage” dei no-Euro che decantano i miracoli che l’uscita dall’Euro comporterebbe per la nostra economia.

Intanto, i no-euro dicono che l’Euro è una moneta privata perché emessa dalla Banca Centrale Europea sulla quale non vi sono controlli da parte di organismi e istituzioni comunitarie.

La questione è irrilevante perché la moneta è una “merce universale” che può essere scambiata con qualsiasi altra merce particolare, è cioè uno strumento per lo scambio di beni e di servizi: che sia di diritto pubblico o privato è indifferente, basta che assolva alla sua funzione. Nel Neolitico la moneta era costituita da cubetti di salgemma, nella Roma antica la moneta era proprietà privata dell’imperatore (tant’è vero che ognuno di essi vi stampava sopra il proprio ritratto), ed oggi le banconote false, stampate da privati nelle loro cantine (e quindi “di loro proprietà”!), assolvono alla funzione di scambio di beni e di servizi altrettanto bene delle vecchie lire o degli attuali Euro!

La “sovranità monetaria” è una frase ad effetto ma priva di significato, perché il vero “sovrano” di tutte le monete (Euro, Dollaro, Yen, ecc.) è il mercato finanziario internazionale.

E quindi è il “mercato”, cioè i grossi investitori (i fondi pensione, i fondi comuni d’investimento, ecc.) che premiano o puniscono tutte le decisioni, da chiunque prese, in materia finanziaria.

Poniamo che l’Italia decida di uscire dall’Euro.

Non può essere un’operazione fulminea, perché almeno il tempo per stampare le nuove banconote ci vuole.

Non può essere un’operazione segreta, perché non è una cosa che può essere decisa e attuata da una persona sola.

Quindi in giro per il mondo lo si saprà anticipatamente che l’Italia avrà deciso di uscire dall’Euro.

Immaginate di essere un giapponese che ha investito i suoi Yen in Italia, e venite a sapere che l’Italia sta per abbandonare l’Euro ma – ovviamente – non ha ancora fissato il nuovo cambio Lira/Yen: che fareste? Beh, nell’incertezza, intanto si vendono i titoli in Euro acquistati in Italia e solo dopo, “a bocce ferme”, si riacquisteranno eventualmente dei nuovi titoli in Lire – se del caso, a seconda di come andrà l’economia italiana “dopo” l’uscita dall’Euro.

Ciò significa vendite a raffica alla borsa valori di Milano, con crollo delle quotazioni. Poco male, si risolleveranno (forse, si spera!).

Ma significa anche vendita a raffica dei BOT, dei BTP, dei Buoni Fruttiferi Postali (che di recente i cinesi hanno acquistato in modo massiccio!), chiedendone il rimborso immediato, in Euro.

Ovviamente la nostra banca centrale non sarebbe in grado di far fronte a una richiesta massiccia e improvvisa di riscossione anticipata dei nostri titoli: e quando uno non è in grado di pagare i suoi debiti a richiesta del creditore, va in “default”, in fallimento.

Poniamo che l’Italia riesca ad avere un po’ di tempo prima di effettuare i rimborsi, il tempo necessario per collocare sul mercato dei nuovi titoli di stato per incassare i soldi necessari per rimborsare i vecchi. E chi li compra più? Oppure, a quale tasso di interesse il nostro governo dovrà emetterli, per convincere qualcuno a comprarli? E chi è che pagherà gli interessi su questi titoli, se non ancora noi con le nostre tasse, destinate quindi a crescere esponenzialmente?

Ma dopo avremmo una Lira svalutata (e che possiamo eventualmente svalutare ancora): il che farebbe viaggiare le nostre esportazioni “con il turbo”, cosa che renderebbe l’Italia competitiva su tutti i mercati internazionali.

Già, ma il gas e il petrolio li comperiamo all’estero e li paghiamo in dollari, per cui ad una svalutazione per es. del 10% corrisponderebbe, il giorno dopo, un aumento del prezzo della benzina del 10%. E dietro all’aumento della benzina si muovono a ruota l’aumento dei trasporti, dell’energia elettrica, dei costi di riscaldamento, eccetera. Si chiama “inflazione importata”, che nel giro di breve tempo riporta la situazione al punto di partenza.

Con una variante peggiorativa: le Ditte manifatturiere italiane che esportano avranno difficoltà a stipulare contratti con l’estero, perché all’estero non saranno mai sicuri di quale sarà il cambio alla data dei pagamenti.

Conclusione: decidere di uscire dall’Euro significa automatica dichiarazione di fallimento con successiva inflazione alle stelle, immediata crescita a dismisura del nostro debito pubblico e quindi dell’imposizione fiscale per rifinanziarlo, e condizioni peggiorative per le nostre aziende esportatrici.

L’uscita dall’Euro andrebbe bene se fossimo esportatori netti di materie prime, ma non lo siamo; e se avessimo un’economia forte, che non abbiamo. Perché, se le avessimo, tutti i problemi che abbiamo non ci sarebbero.

Non solo, ma dare la colpa all’Euro della nostra crisi economica significa non sapere o rifiutar di prendere coscienza del fatto che è stata generata non dall’Euro ma dalla faccenda di “mutui suprime” americani, cosa di cui ormai non si parla più, argomento da me estesamente trattato in un altro articolo del presente blog.

Dario Dall’Agnol

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